Vitigni · 9 luglio 2025 · 11 min di lettura

Merlot: il vitigno che è tornato e di cui non riesco a fare a meno

Sideways ha rovinato la reputazione del Merlot: ecco perché, fatto bene, è seducente, complesso e di nuovo in cima alla lista di quello che verso.

Merlot

Togliamoci subito il pensiero: Sideways ha fatto un torto enorme al Merlot. Se hai visto il film, la battuta te la ricordi di sicuro. Quella scena, più la faccia scorbutica di Paul Giamatti, ha affossato la reputazione del Merlot negli Stati Uniti nel giro di una notte. Il punto però è un altro: il vero danno non l’ha subito il Merlot, l’hanno subito tutti quelli che l’hanno cancellato dalla lista senza dargli mai una possibilità vera.

Lo dico senza giri di parole: in questo momento il Merlot è il mio vitigno preferito. E no, non perché mi piaccia il vinello molle e piatto da supermercato. Il Merlot migliore, soprattutto quello della riva destra di Bordeaux o delle colline toscane, dà vini seducenti, complessi, di una bevibilità senza fine. Lascia che provi a convertirti, perché il Merlot, quando è coltivato e fatto con cura, sa essere magia.

La storia del Merlot: un merlo prende il volo

È un vitigno bordolese fino al midollo: la prima citazione scritta risale addirittura al 1784. Il nome viene dal francese merle, «merlo», o per il colore profondo dell’acino o perché i merli ne andavano ghiotti. (E come dargli torto?) La genetica ha poi confermato che il Merlot è figlio del Cabernet Franc e di un vitigno molto più raro, la Magdeleine Noire des Charentes.

Per molto tempo il Merlot è stato il vitigno dominante negli uvaggi bordolesi. Proprio così: tutto questo clamore attorno al Cabernet Sauvignon re assoluto è roba relativamente recente. Tannini più morbidi, succo di prugna e ciliegia, capacità di prosperare su suoli a volte troppo freddi e umidi per il Cabernet: il Merlot era il cavallo da tiro della regione.

Il disastro Sideways, e il vero motivo per cui il Merlot viene liquidato

Tra gli anni Ottanta e Novanta il mondo del vino ha visto un’esplosione di impianti di Merlot, soprattutto in California. Il risultato è stata una valanga di Merlot industriale, annacquato e insipido su tutti gli scaffali dei supermercati. Non che il Merlot sia noioso per natura: era proprio brutto gran parte di quello che si faceva. Quando è uscito Sideways, il film ha solo messo in parole quello che gli appassionati già mormoravano. Le vendite sono crollate, i vigneti sono stati estirpati e il Pinot Noir è schizzato in alto (anche se ho la mia teoria: quasi nessuno di quei nuovi bevitori di Pinot lo riconoscerebbe in una degustazione alla cieca, ma questa è un’altra storia).

«Non giudicare il Merlot dai suoi esemplari peggiori. Quello buono c’è, e vale ogni centesimo.»

Che sapore ha il Merlot vero?

Il Merlot vero, onesto, soprattutto quello delle regioni classiche, è tutto quello che chiedo a un rosso: trama polposa e vellutata; frutto rosso e nero rigoglioso (prugna, amarena, a volte mirtillo); accenni di cioccolato, moka, perfino espresso; alloro, tartufo, cedro, oliva; e nei casi migliori una vena terrosa e minerale che tiene tutto con i piedi per terra.

Il Merlot viene spesso liquidato come «morbido», ma è un’etichetta ingannevole. Sui suoli giusti (le argille di Pomerol, certe sacche della Toscana) ha una spina dorsale e una tenuta nel tempo che se la giocano con i migliori Cabernet. Se il Cabernet è spigoloso e dritto, il Merlot è più una poltrona di pelle vissuta: ti sostiene, ma soprattutto ti ci vuoi sprofondare dentro.

Bordeaux: la patria spirituale del Merlot

In nessun posto il Merlot tocca vette più alte che sulla riva destra di Bordeaux. A Pomerol è la stella indiscussa: vini densi e polposi che con gli anni prendono tartufo, cioccolato fondente e terra bagnata. Alcune delle bottiglie più leggendarie (e più care) del pianeta sono Merlot quasi in purezza: Pétrus, Le Pin. Anche Saint-Émilion è terra di Merlot, con più Cabernet Franc nell’uvaggio: più severo, più aromatico, a volte con uno slancio erbaceo che rende i vini particolarmente amici della tavola. Perfino sulla riva sinistra il Merlot ha un ruolo di comprimario decisivo, e qualche château ne usa molto più di quanto immagini.

Toscana: Merlot del Vecchio Mondo con l’accento italiano

Il Merlot è arrivato a Bolgheri già a metà Novecento e ha iniziato a far rumore negli anni Settanta con l’ascesa dei Super Tuscan, i vini che infransero le regole del vino italiano mettendo in uvaggio vitigni non tradizionali. (Prima dell’IGT Toscana, nel 1992, questi vini rivoluzionari finivano in bottiglia come «vino da tavola», anche quando erano tra i migliori del Paese.) Le giornate calde e assolate danno polpa; le brezze fresche del Tirreno tengono viva l’acidità; argille, sabbie e suoli alluvionali danno struttura. Masseto e Redigaffi sono nomi che ogni collezionista conosce a memoria. Polposo? Sì. Noioso? Mai.

Il Nuovo Mondo: il Merlot trova le sue tante voci

California: alti e bassi

Il Merlot di collina o di montagna (Mount Veeder, le Mayacamas) ha spina dorsale e profondità: frutto scuro, cioccolato, a volte mentolo. Quello di fondovalle è più polposo e più semplice. Le bottiglie da $10 lasciale sullo scaffale, a meno che tu non stia facendo la sangria.

Washington State: la sorpresa silenziosa

Columbia Valley e Walla Walla fanno alcuni dei migliori Merlot del Nuovo Mondo, punto. Giornate calde, notti fresche, suoli vulcanici e limosi: amarena, prugna, cacao, un accenno di grafite. Polposo e generoso ma mai pesante, e invecchia sorprendentemente bene.

Cile: qualità-prezzo e sorprese

Sole caldo, l’influenza rinfrescante delle Ande, suoli di granito e argilla: Merlot succoso e vibrante con una torsione erbacea, a volte peperone verde fresco o eucalipto. Sul rapporto qualità-prezzo è difficile batterlo.

Australia, Sudafrica e dintorni

Il Merlot australiano è polposo e fruttato, spesso in uvaggio con Shiraz o Cabernet. Quello sudafricano è più terroso, con note sapide di oliva o tabacco: quasi un ponte tra Bordeaux e il Nuovo Mondo.

Compagno di squadra perfetto (ma anche solista)

A Bordeaux il Merlot è il cuscino di velluto sul telaio d’acciaio del Cabernet: arrotonda i tannini, aggiunge frutto, rende il vino godibile prima. Vale lo stesso per gli uvaggi dei Super Tuscan e per i «Meritage» californiani. Curiosità: in molte bottiglie leggendarie il Merlot è la maggioranza dell’uvaggio, anche quando in etichetta a farsi grande è il nome del Cabernet. Ma i migliori Merlot in purezza, quelli di Pomerol, della Toscana e di certi angoli scelti di Washington e California, reggono il confronto con qualunque grande rosso al mondo.

Il Merlot a tavola: il paradiso degli abbinamenti

Tannini più morbidi e acidità moderata: il Merlot si abbina a qualunque cosa, pollo e maiale arrosto, risotto ai funghi, confit d’anatra, perfino una bistecca classica. Il mio preferito? Un buon Bordeaux della riva destra con una costoletta d’agnello cotta a puntino e patate al rosmarino. Non stanca mai.

Perché ci torno sempre

Forse è il fascino dello sfavorito, o forse mi piace proprio lo stile del vitigno. Quando è buono, il Merlot regala profondità, freschezza e immediatezza difficili da battere: polposo e invitante ma mai pesante, sempre con una linea di acidità, uno slancio, quel filo di sapidità che ti tiene sveglio. Quindi ecco il mio invito: non cancellare il Merlot dalla lista. Prova quello buono, cerca bottiglie dei posti dove il vitigno è davvero rispettato e lascia perdere i luoghi comuni da supermercato. Potresti trovarci il tuo nuovo rosso del cuore.

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